Buon viaggio maestro…

E’ il 2004, ultimo dell’ anno. Intorno a mezzogiorno un forte giro di testa mi costringe ad abbandonare il lavoro e a recarmi all’ ospedale. Dal pronto soccorso di Carini mi inviano all’ ospedale Cervello di Palermo. Mi parlano di situazione da tenere sotto controllo, di esami da fare: con il cuore non si scherza. Niente di grave, sarà lo stress lavorativo di quei giorni di festa, ma comunque devo essere ricoverato. E così passo la vigilia del nuovo anno per la prima volta lontano dai miei cari e dalla mia Giulia di appena due anni. Alla mezzanotte, mentre tutti festeggiano, una tristezza mi pervade lungo i corridoi del Cervello. Non riesco a stare a letto: dalle vetrate che danno sull’ autostrada, attirato dai fuochi d’ artificio, vedo e rivedo la giornata. A quell’ ora avrei dovuto essere a casa a brindare, a coccolare mia figlia, a fare festa. Mi consola il fatto che tutto sommato poteva succedermi qualcosa di più grave e che tanti in corsia avrebbero pure loro voluto essere a casa con i propri cari.
Passo le successive settimane tra esami diagnostici e prelievi. Mi abituo ben presto alla vita e ai ritmi dell’ ospedale, mentre ripenso spesso che la vita, fuori, sta facendo il suo corso anche senza di me. Mi fa compagnia un timido freddo sole di gennaio che mi ristora e mi porta speranza.
Una delle cose che non manca quando sei in ospedale è il tempo, tanto tempo a disposizione, cosa che nella vita di ogni giorno è misurato, organizzato, programmato.
Ancora gli smartphone non avevano fatto il loro “debutto” in società. Molti miei vicini di letto leggevano, alcuni facevano cruciverba. Un signore sulla novantina invece stranamente teneva in mano il manuale di una tastiera Yamaha. Incuriosito, scopro che non vedeva l’ ora di uscire dall’ ospedale per andarla a suonare: aveva speso più di 1000 euro( tramite un prestito, visto che la sua pensione non glielo permetteva) per ritornare a suonare, visto che un artrite non gli consetiva di tenere in mano la sua fisarmonica, compagna di una vita. Quando lo raccontava aveva gli occhi lucidi come un ragazzino a cui hanno fatto un regalo e non vede l’ ora di scartarlo.
Mi meravigliava che un signore cosi anziano avesse ancora tanta voglia di imparare, tanta voglia di vivere.
Nella sala dì aspetto, avevo per caso letto di un associazione di volontari, che era riuscita a creare all’ interno del’ ospedale un piccola biblioteca, volumi che potevano essere presi in prestito dai degenti e restituiti alla fine del ricovero. Non avevo mai avuto tempo di leggere, ma lì di tempo, come dicevo, ne avevo tanto.
Mi presento all’ addetta, una bella signora sulla cinquantina ma molto giovanile. Con voce garbata e con modi gentili mi spiega come funziona il prestito e, dopo una veloce acquisizione dei miei dati, mi invita a scegliere un libro tra quelli disponibili. Il mio occhio non era allenato, non conoscevo nessuno degli autori, ma dovevo sceglierne uno giusto per non fare brutta figura.
Tra i tanti si pone davanti a me un libricino, copertina ruvida, scura. Il titolo non mi dice niente, ma l’ autore ha un nome conoscente: Andrea Camilleri.
Ne avevo sentito parlare in tv. Sapevo che era siciliano e che scriveva utilizzando anche termini siciliani; piacevole da leggere, insomma.
Parlava di un commissario, Montalabano, alle prese con un caso abbastanza intrigato.
Feci mio quel libro.
Mi ci buttai subito.
Più leggevo e più volevo sapere come andava a finire.
In un giorno lo lessi tutto.
Rimasi colpito : non immaginavo si potesse scrivere in questo modo, evocando attraverso lettere disposte una dietro l’ altra, luoghi, situazioni, sensualità, odori.
In un passaggio, che racconto sempre , Montalbano era alle prese con un piatto di pasta con le sarde. Da quella descrizione, dal quel paragrafo mi sembrava quasi sentire l’ odore di un piatto di bucatini con le sarde uscire dal libro. Non lo feci , ma mi venne l’ istinto di annusare il libro.

Caro maestro oggi alla notizia della tua morte ho postato una breve riflessione, come hanno fatto in tanti sull’ onda emotiva, ma sentivo di doverti ringraziare a modo mio.
Grazie per avermi avviato al piacere della lettura.
Grazie per avermi fatto compagnia in quei giorni di ospedale.
Grazie per avermi insegnato a guardare a questo mondo con gli occhi lucidi di quel vecchietto che non vedeva l’ ora di imparare a suonare la sua tastiera.


Pino Mignano – 17 luglio 2019

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...